FALSO MOVIMENTO



3



Martedì, 5 dicembre.

All'interno dell’abitacolo l'aria era irrespirabile, a dir poco pestilenziale. Cedric sedeva rannicchiato in posizione di navigatore accanto al pilota Dutroux, a disagio su quella poltrona troppo grande per contenere anche un uomo dalla rispettabile altezza di 190 centimetri. L’architetto sfoggiava una camicia bianca con colletto alla coreana e un pulloverino Lacoste di lana pettinata, di colore blu notte, adagiato sulle spalle, perfettamente posato fra capo e collo come fosse stato appuntato da spilli posticci.


Quella mattina l’uomo non aveva sbagliato l’acqua di colonia. Era stato un incontrollato rivolo di Hugo Boss a sfuggirgli dal flacone impregnandone fatalmente l'epidermide. Di fatto impestando l’aria della cabina di pilotaggio, peraltro, già di suo parecchio effervescente. Sul sedile posteriore sedeva l'ex moglie, madame Nerval, come ci teneva ad essere chiamata, nonostante la sentenza del divorzio non fosse ancora esecutiva. A lei, l'incombenza di  rimanere sempre costantemente sul pezzo. Alle prese cioè con l’arte che da tempo immemore aveva costituito il leitmotiv del loro rapporto: tenere in continua tensione i nervi ormai allentati, quasi infraciditi, del marito.


Cedric era stato prelevato sotto casa molto prima dell'alba quel martedì mattina. Erano quasi le cinque quando il Suv aveva iniziato a sgabbiarsi dagli stretti vicoli del Marais e risalendo da Rue de Turenne, sembrava aver finalmente direzionato la prua in direzione sud est del paese, località Dijon. A quell’ora il quartiere conosceva forse il suo parziale più tranquillo. Troppo tardi per le gozzoviglie dei più accaniti fra i suoi scapestrati. Troppo presto per i regolari dirigenti della classe medio-borghese che avrebbero inaugurato la giornata con una sessione di jogging sull’Arsenal trasbordando poi sul Lungosenna.


Sarà stata la tangenziale sud libera dal traffico oppure l’effetto demolitore dell' instancabile nenia dell' ex moglie, fatto sta che Dutroux non si stava affatto risparmiando alla guida. Tanto che all’ennesima curva pericolosa, con la morte negli occhi, Cedric si trovò a puntare mani e piedi nel riflesso incondizionato di spingere un freno virtuale che pareva non voler funzionare mai. Per dignità, machismo o chissà per quale altro diavolo di motivo non avrebbe mai lasciato trapelare al provetto pilota la sua fottuta paura della strada e dei suoi imperscrutabili inganni. A suo tempo, era stata una vera e propria fobia della strada a fargli definitivamente maturare la decisione di lasciar marcire sul bordo della strada la sua vecchia Renault 4 color verde regime. Erano ormai passati dieci anni. Da allora aveva datato un lento e lungo lavoro di studio e conoscenza della complicata rete dei trasporti parigina, dell’Ile de France, del Centro-Nord e in definitiva di tutta la Francia. Nessuna difficoltà. Cedric Bovin dipendeva in tutto e per tutto dai mezzi pubblici e privati, persino per i suoi frequenti lunghi e tumultuosi traslochi. E non c’era tassista del centro che non ne conoscesse i trascorsi.


Il jingle di radio Antenne 2 sullo sfondo lo informò che erano appena passate le cinque e trenta quando il Panzer imboccò la E-6 nei pressi di Chevilly. Sul parabrezza cominciarono ad affiorare delle goccioline sempre più insistenti che, all’altezza di Evry, si erano tramutate in grassi goccioloni. Nell’abitacolo, un’unica voce monocorde, stridula e sgraziata aveva ormai saturato lo spazio di confronto, risucchiandolo come in un vortice potente. In poco più di mezz’ora Mme Nerval aveva snocciolato, in ordine sparso, una mole impressionante di argomentazioni e faits divers, imbastendo un teatrino che si gonfiava e si colorava di trascurabili figure, inutili vicende e miserevoli dettagli. La domestica anziana e il suo vizietto con la bottiglia.I giardinieri senegalesi e le loro volgari abitudini di prepararsi la colazione a base di sarde salate e pane raffermo. Quei pusillanimi dei suoi vicini di casa con i loro interminabili lavori in giardino e quella gru decrepita piazzata sulla strada a due passi dal cancello di casa. Gli amici del bridge che avevano dato un party nella stessa sera in cui a casa sua era prevista una serata a baccarat. E poi, il tempo sempre più umido e gli sbalzi di temperatura; le bombe d’acqua e la tropicalizzazione del meteo in Francia. E così via. A completamento di ogni blocco arrivava, infine, puntuale l'amara nota di infelice autocommiserazione.

- Ma perché, perché figlio mio, perché tieni spento il cellulare? 

Cedric non riusciva a vederla ma sentiva che finalmente, e solo in quel momento di straziante silenzio, Mme Nerval riusciva ad uscire dalla macchietta insopportabile del suo personaggio per tornare a vestire i panni di un essere umano, in carne ed ossa. E quel pensiero lo intristì. Trovava ingiusto che per alcune persone solo la sofferenza e il dolore fossero l’unico mezzo per poter raggiungere una dimensione di ragionevole umanità.


Nei pressi di Troyes cominciò ad albeggiare. Ma lo strato di nuvole all’orizzonte doveva essere troppo fitto se dopo mezz’ora la tendina del cielo non osava ancora levarsi del tutto. E la ribalta era tutta per la pioggia che imperterrita continuava a picchiare inondando i campi dell’Aube. Poco prima di giungere all’ agglomerato di Dijon era calato un silenzio nell’abitacolo che nemmeno lo schiocco di dita ritmato di Cedric era riuscito a spezzare. Poi una boccata d'aria fresca dal finestrino insieme al trambusto del traffico all’ingresso della città sembrarono rianimarlo.


La strategia investigativa di Cedric prevedeva una prima raccolta di dati attraverso diversi incontri e interrogatori con le persone che per ultime avevano visto Eric. Separatamente, in modo che si potessero trovare conferme incrociandone i dati. O nel caso di discordanze importanti, aprire nuove piste per  nuovi approfondimenti. I primi ad essere interrogati furono i due amici di Eric, Brun e Jean, pregati da Dutroux di rimanere ancora un giorno a Dijon. Almeno fino al loro arrivo. L’incontro avvenne a due passi dal centro, in una taverna di fronte alla cattedrale di Saint-Benigne. Il gestore, un pingue uomo dall’occhio bovino, pareva aver assunto un atteggiamento guardingo dopo aver fiutato in Cedric l'inconfondibile aria da sbirro. L’atmosfera del pub era quella scarica di ogni indomani mattina, con un tappeto di musica soft sullo sfondo, appena percettibile. Dai magazzini e dalle retrovie delle cucine filtrava ad ondate l’acre puzza del fumo di sigaretta, insieme a confuse voci in lingua araba inframmezzate al rumore tintinnante dei fusti di birra alla spina che qualcuno sembrava impilare uno sull’altro. Alla luce del giorno il locale assumeva un aspetto prosaico: tanfo di alcool, fetore di vomito, pungente olezzo di polvere sulla moquette umida. E l'immancabile puzzo  di uova marce e di rigovernatura di stoviglie. Mentre le luci bianche al neon sembravano restituire impietosamente il volto triste del locale. Bisognava non visitare mai questi posti in orari diurni, ecco la verità.


Jean e Bruno, dopo un veloce abbraccio a Dutroux e alla Nerval, vennero sequestrati da Cedric che aveva già allestito nell’angolo cieco dell'osteria, una sorta di banco degli imputati, intimo e lontano da occhi indiscreti. Si vedeva lontano un miglio che i due ragazzi erano ancora sotto shock. Frastornati, si muovevano a scatti, con gli occhi spalancati, incapaci di rimanere fermi. Cedric non capiva se per via delle droghe sintetiche che avevano di certo assunto nelle ultime 48 ore oppure per lo stress e il nervosismo di quella situazione. Fra i due, Jean sembrava quello più sveglio, ma il suo contributo stentava ad assumere un certo rilievo, dal momento che continuava a digrignare i denti, masticando sottovoce a mo' di mantra, parole incomprensibili. Fin quando, guidato dalla serenità dello sguardo del detective, sembrò rasserenarsi. 

- Hai visto Eric in compagnia di qualcuno che ti è sembrato pericoloso sabato sera?

- Per quello che ne so è stato sempre insieme ad Yvonne.

Cincischò il ragazzo, facendo riferimento alla figlia di un illustre avvocato penalista di Dijon, Gerard Pirenne, famoso in tutta la nazione per avere assurto spesso alle cronache mediatiche, dopo aver preso le difese di diversi personaggi famosi.

- Si erano fatti in maniera pesante?

Tagliò subito corto Cedric, mostrando così di conoscere i fondamenti del caso e di non temere alcuna sudditanza psicologica.

- Credo che avessero fumato dell’erba, come sempre in queste occasioni.

Rispose il giovanotto, rincuorato dall'accoglienza del detective.

- A che ora pensi di averli visti l’ultima volta?

- Verso le 2 erano sotto al palco e ho fatto caso a loro perché di solito cerco di tenere Eric sott’occhio.

- In che senso?

Si bloccò Cedric, leggermente interdetto.

- Intendevo dire che quando si riduce così ... diventa il contrario di quello che generalmente è...

- E cioè? Come diventa?

Cedric si ritrovò ad arricciare involontariamente le labbra, in atteggiamento interrogativo.

Il ragazzo sembrò in imbarazzo per un momento.

- Quando è su di giri? dicamo che diventa un pò intrattabile, violento, attaccabrighe…

La frase gli era come rimasta incastrata nelle lamiere dell'apparecchietto dentale.

- E quindi? Vediamo se ho capito... Voi, i suoi amici più cari, sapendo che lui è a rischio quando alza il gomito o fuma, lo avete lasciato giustamente andare da solo ...

C'era un leggero sarcasmo nelle parole di Cedric, insieme alla speranza che il suo rimprovero, nemmeno troppo velato, potesse sortire il giusto effetto. Jean si contrasse e subito dopo fu scosso da un improvviso tremito mentre i suoi occhietti scuri si riempirono di lacrime mute. Adesso era pronto a vuotare il sacco, pensò Cedric.

- Io ero occupato al Gazebo Informazioni per quasi tutto il tempo ... a due passi dalla pista, vicino al bar... Solo così potevo tenerlo d’occhio. Se fosse successo qualcosa di strano saremmo intervenuti...

Si giustificò il ragazzino in un irrefrenabile attacco di pianto. 

Qualunque fosse la ragione, Jean sembrava saperne più di quanto facesse finta. La sua emotività poteva essere una spia della sua tenera innocenza. Il suo sguardo fuggiva di fronte al racconto dei dettagli. Il detective spesso perdeva il contatto con i suoi occhi e, nonostante i suoi sforzi per ritrovarlo, ebbe come la sensazione che Jean li avesse nascosti in fondo ad un baratro. Un atteggiamento che negli adulti avrebbe sicuramente delineato un profilo di indizio. Ma Jean era ancora troppo verde. Era quello che si dice il classico nerd: un ragazzetto ancora pieno di brufoli, un po’ cicciottello, pieno di tic e di insicurezze. Con un mostruoso apparecchio per denti alla bocca. Tutti questi punti avrebbero fornito un alibi all’insicurezza o all’apparente reticenza del suo racconto. Chiunque alla sua età e nei suoi panni, con tre chili di pus sulle guance e una fila di denti buttati a casaccio in quella bocca ferrata sarebbe risultato un po’ ritroso. Chiunque.


Fu poi il turno di Bruno, storico compagno d’infanzia e miglior amico di Eric che durante l’interrogatorio di Jean era rimasto in silenzio a capo chino dall’altra parte del pub. Lui non sembrava avere il dono della loquacità. Decisamente. Quello che in Jean era almeno sforzo e ricerca di una narrazione, nell’incertezza di quella situazione sinistra, in Bruno si traduceva in un algido atteggiamento di rifiuto, verso tutto e tutti.

-Hai paura?

Gli aveva chiesto Cedric a bruciapelo.

-E di che?

Aveva risposto lui da sotto il cappuccio della felpa, dietro il suo sguardo impenetrabile.

Alla fine del colloquio, Cedric non era riuscito a stanarlo dal bunker dentro al quale Brun sembrava aver seppellito i suoi pensieri. Continuava a starsene lì, schermato dal suo cappuccio, con quella sua espressione neutra, come se nulla potesse interessarlo o riguardarlo, meravigliandosi quasi che a qualcuno potesse saltare in mente di rivolgergli la parola. Eppure, a ben guardarlo non sembrava passare per il prototipo dell' escluso, dello sfigato, di un underdog, come avrebbero detto probabilmente fra loro i più giovani. Almeno esteticamente. Chiunque gli avesse lanciato uno sguardo si poteva rendere conto che fosse un bel ragazzo: alto, slanciato, con i lineamenti ben scolpiti, la mascella volitiva e lo sguardo trasognato tipico dei bellocci tenebrosi che amano trincerarsi dietro ad uno studiato silenzio. La classica bella statuina, senza traccia di anima, sospirò Cedric, scuotendo impercettibilmente il capo.


Che cosa aveva capito Cedric da questi due colloqui? Poco. Aveva però intuito che tracciare un rave party è quasi impossibile se non si è del giro. Persino su Internet, come gli aveva accennato Jean. Nemmeno su Facebook se ne fa mai menzione. Tutto sembra seppellito dietro una fitta coltre di ovattata reticenza. Ed ecco, la posta che apre in ritardo, l’affanno per trovare un passaggio per la conferenza, la reunione che viene spostata. Solo per citare alcuni dei sinonimi più inflazionati per indicare il rave-party. E aveva capito anche che chi prova troppo a ficcare il naso viene selvaggiamente ricoperto d’insulti ed additato come sbirro. La fuga di informazioni infatti fa incazzare molto gli organizzatori, aveva detto Bruno, svegliandosi d'un colpo dal suo torpore, appena prima di ricarderci profondamente. Un sistema di omertà quasi degno delle più quotate associazioni mafiose, pensò Cedric. Una segretezza confermata anche dalla procedura d’invio delle informazioni. Gli adepti sanno il nome della città in cui si svolgerà l’evento solo tramite sms la mattina stessa dell’evento. Poi nel primo pomeriggio, una volta sul posto, ecco il diffondersi di voci sull'esatta location della reunion. Una precarietà studiata e montata ad arte, probabilmente per confondere le idee e allontanare il rischio di indesiderate retate della polizia. "La mattina dell'evento si ha giusto il tempo di preparare lo zaino, di raccattare la tenda o il sacco a pelo e si parte. Se si è fortunati, si riesce a rimediare un passaggio in auto last minute, o altrimenti si va in treno" Aveva raccontato Bruno che solo a fine colloquio, si decise a spiccicare due parole.


 


FALSO MOVIMENTO

 

 

4


A mezzogiorno la navicella spaziale di Monsieur Dutroux li imbarcò tutti, compresa Mme Nerval che, da quando aveva ritrovato i due amici di Eric, pareva essere scivolata in un silenzio pieno di sconforto. Dutroux, invece, dopo essersi appartato a lungo a confabulare con i ragazzi, sembrava ora manifestare nei loro confronti una sorta di malcelato risentimento. Biasimo e disapprovazione che probabilmente avrebbe riservato al suo stesso figlio. Frattanto, seguendo le indicazioni di Jean, la comitiva si spinse a sud della città, nella vecchia zona industriale. E dopo quasi una decina di chilometri giunsero sul posto, un luogo appartato, al limitare della foresta Combe a Moine. L’ex fabbrica di profilati in metallo era ormai uno spazio vuoto. Spoglio. Per buona parte della sua costruzione senza mura. Con pilastri in cemento, calcinacci e lamiere arrugginite sparse ovunque. Due uomini, probabilmente legati all'organizzazione dell'evento, stavano caricando sul pick-up gli ultimi sacchi neri di immondizia, mentre un terzo li aspettava alla guida di un furgoncino. Cedric provò ad avvicinarli ma fu respinto da un atteggiamento ostile. Monsieur Dutroux li affrontò invece con fare minaccioso, come Cedric non si sarebbe mai aspettato. Con fare deciso, bloccò con la punta del piede la coda del sacco che il tizio stava trascinando. Costringendolo a buttargli gli occhi addosso. Lì, aveva tirato fuori una foto di Eric e gliel’aveva mostrata. Alla vista del bel sorriso di Eric, entrambi scrollarono le spalle facendo cenno di non conoscerlo. Mentre l'uomo sul furgoncino, innervosito al punto giusto, aveva già messo in moto pompando ad intermittenza nervosamente sull'acceleratore. Per sfuggire all’assedio di Dutroux che continuava a tempestarli di domande, i due si erano attaccati al cellulare, mentre spingevano gli ultimi pesanti sacchi di pattume dentro la bocca del pick-up. Infine chiusero i battenti e se ne partirono.


Cedric si ritrovò a respirare a fondo l’aria di campagna, provando a schiarirsi un pò le idee. Cercò di immaginare come doveva sembrare diverso quell’ambiente con le luci psichedeliche e con il muro di casse che sputavano tekno music su quella informe massa di giovani e meno giovani. Da ventenne gli era capitato di frequentare un paio di rave. Anche se non ricordava che allora si chiamassero in quel modo. "Forse ancora negli anni Novanta il rave party poteva avere una forte valenza politica"... si ritrovò a pensare a voce alta. Quasi distrattamente, guardando ora l'uno ora l'altro ragazzo, nel tentativo di estorcere loro qualche altro dettaglio utile. "Ai miei tempi ... quando ancora avevamo una coscienza politica, un rave poteva rappresentare uno dei pochi spazi liberi dove i giovani sperimentavano il modo di attutire le innumerevoli sconfitte: quelle della società, quelle del gruppo di appartenenza, quelle infinite personali. Poteva essere, che ne so, un'oasi che restituiva un barlume di eguaglianza dal sapore quasi utopico. Ma adesso? Che senso hanno ancora i rave party in questo post post-tutto?". Chiese e si chiese serrando le mani nel caldo delle tasche del suo impermeabile. Ma l'unica cosa che riuscì a ottenere fu lo sgomento negli occhi dei due ragazzi e l'indifferenza con cui la Nerval sembrò da quel momento in poi riservargli.

 

Nel frattempo Monsieur Dutroux ritornò neel gruppo con l'aria di un cane bastonato. "Quante persone ci sarebbero potute essere quel sabato sera" rimuginava a mezza voce fra sé, misurando con lo sguardo l’ampio capannone squarciato. 

- Mi piacerebbe sapere chi è che al giorno d’oggi frequenta i rave party?

Nel dirlo puntò il suo sguardo inquisitore ora su Bruno ora su Jean.

- E’ gente come voi? A chi appartiene? A chi appartenete voi? Che ci trovate in un raduno come questo?

Poi, dopo una pausa, si rese conto di essere stato troppo incalzante e forse offensivo nell’eloquio.

Ascoltando il loro silenzio imbarazzato, Cedric ne approfitto' per riallacciarsi alla coda del suo pensiero. Pensava che ormai i rave party avessero perso i connotati politici di un tempo e che invece fossero diventati dei frullatori della società, dei  contenitori vuoti per un'umanità sempre più alla deriva. Perchè dunque stupirsi e ora posti del genere fossero frequentati da gruppi eterogenie, fra loro completamente diversi? dagli  skinhead, ai cyberpunker, dai punkabbestia, capelloni rockettari fino ai motociclisti incazzati con il mondo... Dal mazzo non avrebbe escluso nemmeno i fighetti di città o le smorfiosette di periferia con le calze a rete e tanta voglia di crescere.

- Che cosa cerca tutta questa gente bombandosi in un rave party? Evasione? Fuga? che cosa ?

Tornò alla carica Dutroux, ormai quasi sul punto di perdere la testa. I due ragazzi lo guardarono a metà fra imbarazzati e sgomenti. Mentre madame Nerval gli aveva confermato una volta e per tutte, con il suo gelido silenzio, che non sarebbe stata una sua alleata.

 - Ci saranno state forse un migliaio di persone, forse più, l'altra sera...

Si sentì in dovere di dire Jean, dopo qualche istante di sconcertante silenzio.

- Stanno tutti sotto al palco?

Ribatté Dutroux, un pò a disagio, per aver perso la pazienza. 

- No, ognuna con il suo spazio... Nella cultura rave non c’è il mito del palco, non ci sono musicisti ad esibirsi. C’è un DJ che passa comunque in secondo posto. Non è mai il protagonista. Quello che è importante nel rave è la cassa, la vera “religione”.

Nel pronunciare quella parola, "religione", Jean sembrò mordersi il labbro, pentito forse del suo slancio espressivo.

- E l’altra religione, la droga, ne vogliamo parlare? Non è un mistero che il protagonista di queste feste sono proprio le sostanze... 

Fu la volta di Cedric ad incalzarli adesso.  

- Si certo. Non dico di no. C’è chi si fa la canna da marjuana ... ma non solo. Girano tante pasticche in una ambiente così...

Fu la replica di Jean, che provocò il vivo stupore dei presenti. Adesso tutti sembravano pendere dalle sue labbra. Preso unpò di coraggio, il ragazzo provò a raccontare la sua storia, non senza inciampare nei suoi mille tic. Disse che il suo gruppetto aveva avuto affidata la gestione di un gazebo di “pronto soccorso chimico”. Una sorta di supporto informativo e aiuto pratico in questo tipo di eventi.

- Offriamo acqua, crackers, biscotti e mentine.. ma anche preservativi.

-Un kit di sopravvivenza...

Gli fece eco Cedric incoraggiandolo a continuare.

-Si, offriamo soprattutto dei volantini informativi, come questo...

Aprì la borsa e ne tirò fuori uno porgendoglielo.

-Si tratta di note ben fatte che ti spiegano gli effetti delle varie sostanze: la ketamina, il popper, l’ero, la coca, etc.. I volantini indicano i rischi dell’assunzione, sono dei veri e propri bugiardini.

- Mi sembra un po’ una contraddizione ... andare ad un rave in veste di crocerossino?

Fece Cedric con le mani sprofondate nel lungo paltò colore beige, ben cosciente di dire un’inesattezza. Era chiaro ormai che non avrebbe lasciato cadere la sua maschera di perbenismo e bacchettoneria che aveva indossato quella mattina davanti ai due interrogati.  

- Noi non condanniamo né incoraggiamo, solo aiutiamo chi si fa prendere troppo la mano. Gestiamo una chill out zone, una zona relax, un  grande tappeto per riprendersi dai ritmi incessanti del party. Un posto off, dove non è consentito assumere droghe, né fumare.

Silenzio. Da lontano Cedric scorse il flash ad intermittenza dei lampeggianti della polizia. Si accorse che nemmeno per Dutroux la cosa era passata inosservata. I due si scambiarono un impercettibile cenno di intesa, Era arrivato il momento di smammare.

- Poi c’è anche una specie di laboratorio improvvisato che analizza la purezza delle droghe sul momento. Così uno sa sempre quello che sta per assumere. A volte arriva qualche ragazzotto alle prime armi… cerchiamo di spaventarlo, dicendogli che quella dose per lui è troppa e che la deve ridurre di almeno due o tre quarti…

Notevole, riflettè Cedric che, prima di allora non riusciva a immaginare minimamente come un rave party, un evento talmente illegale nell'immaginario collettivo, potesse essere organizzato in maniera così  minuziosa e ordinata. Quasi scientifica.


Pieno di freschi dettagli, sulla strada di rientro in città, il detective provò ad immedesimarsi nella scena di quel teatro all'aperto, alle prime luci dell'alba di quel sabato sera. Immaginò un'atmosfera da chill-out con la musica ridotta ad un gradevole sottofondo. Mentre la presenza dei ragazzi andava diradandosi tutto intorno, dal momento che molti ormai avrebbero preferito  rintanarsi al caldo delle proprie tendine. Immaginò un ambiente rarefatto, reso caldo da tanti piccoli falò, il piacevole odore di legna bruciata, il tepore della brace viva che covava sotto. Pensò alle parole di Jean, la fuga, l’evasione dalla realtà... Per un attimo si sentì cedevole alla malinconia. Poi si scrollò di dosso la carogna e tornò al presente. Chi fugge non ha ragione, si disse, perché se la fuga diventa il modo abituale di rapportarci ai nostri problemi, quei problemi finiscono per moltiplicarsi o ingigantirsi. Non scompaiono magicamente. Ciò che scompare, o perlomeno si eclissa, è la nostra capacità di crescere, cambiare e guarire. Sì, ripetè fra sé e sé, affrontare i problemi è il solo modo per superarli.

Era tutto giusto, si fermò a rimuginare, tutto maledettamente giusto. Proprio come in un libro scritto. E allora? perchè non riusciva a condannare Eric e Jean e molti dei frequentatori di rave illegali?